BRUNO

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Alla mia domanda:”Come stai?”,

la risposta secca di Bruno è:” Bene Gio, sono da sessantasei giorni in alpeggio e non ho perso nemmeno un capo”.

Per salire sulla cima Carega, ho percorso il sentiero europeo E5, partendo dal rifugio Revolto, in quel modo si arriva al Rifugio scalorbi passando da una zona più verde, boschiva e meno battuta. Il cielo si stava coprendo già nel primo pomeriggio, preannunciando brutto tempo e una volta arrivato al rifugio Fraccaroli le nubi ormai coprivano il sole.

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Bruno Viola, pastore trentino ventottenne, arriva da un lungo passato da pastore (nove anni ormai) e da due anni trascorre i mesi estivi sulla cima delle piccole Dolomiti, sul gruppo del Carega, in alpeggio con centonovanta pecore, due cani da conduzione, tre asini e un cane pastore maremmano abruzzese sempre con il gregge per il rischio di attacchi dai lupi.

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Bruno l’ho conosciuto due anni fa, io aiutavo al rifugio e lui compariva di passaggio ogni tanto, a volte bagnato fradico, altre stanco per le camminate o deluso per aver perso delle pecore per colpa del lupo che l’aveva fatta franca, ma sempre chiacchierone, piacevolmente vivo tra quelle montagne, con il suo gregge , il suo cappello, facendo ciò che ama.

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Incontratici al rifugio, dopocena scendiamo insieme nel vicino container dove Bruno dorme la notte. Recintate le pecore, la nebbia si fa fittissima ed il vento ormai soffia molto forte. Mancano i tre asini all’appello e dopo un tentativo di scendere a cercarli abbandoniamo l’impresa impossibile.

Prima di coricarci Bruno con un sorriso malinconico mi dice: ”Speriamo domani di trovarne almeno uno di asino”. 

Le predazioni da lupo in questa zona sono state costanti negli ultimi due anni. 

La mattina, dopo una notte insonne passata a dondolare dentro un cubo di ferro, che sobbalzava al vento, assicurato da quattro corde piantate al suolo, usciamo abbracciati da una nebbia ancora fitta e troviamo fuori dal capanno due dei tre asini.

Partiamo alla ricerca del terzo e poco dopo più di mezzora, rinveniamo la carcassa spolpata. Le interiora sono lontane dal corpo, le parti muscolari dell’animale sono sparite e sul collo chiarissimi dei fori da cui esce un sangue vivido.

Mi sento in imbarazzo, quasi responsabile di aver portato la malasorte sulla testa di quell’amico che fino al giorno prima gioiva per aver sempre beffato il lupo.

Chiamata la guardia forestale che arriverà l’indomani Bruno avvisa il padrone del gregge.

Le pecore devono però mangiare. Ritorniamo quindi al recinto, liberiamo il gregge e trascorriamo l’intera giornata camminando tra le brulle creste, chiacchierando, fermandoci per una sigaretta e riflettendo sul lavoro di Bruno, sul lupo, sulla montagna.

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Per Bruno, che oltre a non guadagnare un gran chè, vagabonda tra le Piccole Dolomiti per due mesi e mezzo l’anno, lontano da casa, dalla compagna, dagli amici, l’alpeggio non è solo un periodo di lavoro ma un ciclo annuale che per lui ha un valore umano enorme, di rispetto per la natura e di allenamento per mantenere uno stile di vita in equilibrio con flora e fauna. Lui stesso dice: ”Prima arrivano le pecore, poi i miei cani, poi io e poi ridacchiando ; la mia morosa!”

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Per Bruno la reintroduzione del lupo è una scelta coraggiosa che indubbiamente favorirà l’equilibro biologico di quest’area. Deve essere altrettanto coraggiosa la scelta di controllarne lo sviluppo in una zona che in molte parti è popolata e vi si pratica la pastorizia.

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Bruno mi spiega che con un cane da Pastore sempre col gregge il rischio di un attacco dei lupi è praticamente azzerato e ricalca la questione affermando che però ormai gli allevatori si rifiutano di fare i pastori, preferiscono guardare i capi da fondo valle perché quassù la vita è troppo dura. 

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Ascoltando le parole di Bruno, mi viene da pensare che alla base del dibattito sulla presenza nella stessa zona di animali al pascolo e lupi, ci si debba concentrare sul ruolo che l’essere umano vuole avere sul pianeta. Ci stiamo sempre più scontrando con la terra per la nostra incessante necessità di dominare la natura. 

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Quando Bruno mi dice questo lo fa con riluttanza, con una convinzione velata da timidezza. Nel suo stesso modo di fare l’umità che antepone ad ogni parola e ad ogni azione mi fa riflettere sullo stupendo ruolo che persone come lui ricoprono nel mondo.

In lui vedo una figura d’altri tempi, stoica, dura che non rinuncia a dare una bastonata al cane quando non lo ascolta ma anche dolce e poetica, quando la sera si corica con lui a letto o si carica in spalle gli agnelli moribondi a causa delle improvvise gelate. 

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La seconda notte la passiamo sempre al freddo, nell’ennesimo giorno di temperature in discesa. La notte chiacchieriamo del più e del meno, stanchi morti e crolliamo addormentati a letto.

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L’indomani lo passiamo con la Guardia Forestale Trentina che incontriamo al rifugio Fraccaroli e accompagniamo fino al punto dove giace la carcassa. Dopo una veloce autopsia e l’accertamento della morte per predazione da lupi, i forestali ridiscendono a valle mentre noi andiamo finalmente a liberare le pecore.

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La giornata si fa ancora più tersa e già nel tardo pomeriggio la neve si fa fitta. Prima che scenda la luce Bruno recupera il gregge nel quale però una delle pecore malate e che cura da varie settimane manca all’appello e due dei tre agnelli malati non vogliono più saperne di muoversi. Caricatoli in spalle uno alla volta li recupera da fondo valle e li riaggrega al gregge ormai lontano.

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Esausto e con la neve che comincia a scendere sempre più fitta, spinta da un vento gelido, per Bruno recuperare le pecore diventa impossibile. Rimarranno a dormire all’addiaccio protette dal cane che non le abbandona mai, il Pastore Maremmano Abruzzese.

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Rifugiatici in container ci buttiamo sotto le coperte visto che internamente ci sono solo 3 gradi. In piena notte Bruno mi sveglia e mi chiede: ”Senti il cane?”

Mi concentro, cerco di scavalcare il suono del vento che fischia sulle lamiere del container e l’abbaiare del cane arriva, continuo, per minuti, poi smette ma poco dopo riparte, forte, maestoso sta tenendo lontano dal gregge qualsiasi estraneo.

Il mattino si rivela con una luce calda e di fronte a noi si srotolano maestosi gli appennini tosco emiliani, la laguna di Venezia ed il lago di Garda che sembra essere sotto i nostri piedi.

Le montagne sono ricoperte di un sottile ma compatto strato di neve. Usciti, le pecore sono là, di fronte a noi, nell’altro versante della valle e con loro il cane, bianco, quasi ripulito dalla tempesta che da buon guardiano ha disegnato con peste una circonferenza intorno al gregge.

Per Bruno è una vittoria e una conferma che l’alpeggio gestito con i cani, può convivere con il lupo.

Ci incamminiamo pochi metri oltre il gregge perché Bruno vuole capire il motivo per il quale il cane ha abbaiato tutta la notte ed effettivamente dopo pochi metri individuiamo una traccia di impronte che mostrano il passaggio di almeno due lupi. Sono stati a trenta metri dal gregge urla Bruno ma il cane li ha tenuti lontani.

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Oggi, soprattutto nella Lessinia Veronese ma anche Vicentina il tema del lupo viene trattato dai media troppo spesso con pubblicazioni che danno più spazio alla teoria del terrore. Ci terrorizza tanto la natura? E quanto ci terrorizza la nostra scelta di approccio alla natura stessa? Queste domande sono l’unico interrogativo sensato che sento di poter proporre. La vita di Bruno è sufficiente a rispondere a molti interrogativi, insegnandoci che c’è una frontiera naturale che l’essere umano deve rispettare poiché solo non oltrepassandola si può convivere con l’ambiente che ci ospita invece che ossessivamente cercare di dominarlo.